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creep
prologo al cominciamento di un molto rigido viaggio.


Diario


27 ottobre 2011

L'ultima volta.

Andarmene è sempre stato il mio forte. E lui lo sapeva, lo ha sempre saputo. Fin dall'inizio di ogni prima, come si conoscono le leggi che governano i venti, i meccanismi delle maree, il pianto di una nuova vita, il moto di rivoluzione, la precisione di un colpo di martello, la bellezza delle distinzioni.

Il contrappeso di questo andare posso raccontarlo solo come un cesto di spensieratezza e splendore. Un girotondo di colpi d'occhio che scavano dentro le cose, un elenco di mondi vissuti che scaccia via ogni possibile notte. Una serata sulle ginocchia, l'ultimo respiro dell'erbaccia tirata a forza dalla terra, il mare alle cinque, una bestemmia d'amore.

Il ritmo di un braccio che non ho più riconosciuto, un ritmo che escludeva il pensiero.

Penso alle coperte e a quello che nascondono, alla nicotina e al velluto dei pantaloni, alla voce in radio la domenica, alla vita che hai impiegato per non pensare affatto alla tua vita. Ce ne andiamo sempre prima, per poi tornare, dopo i giorni dove non conta il colore del cielo, le settimane passate tra i due estremi di una morsa. Quanti incontri, quante facce, quanta polvere, quanti sorrisi poi, davanti alle cianfrusaglie. 

Da te ho imparato l'assenza di ogni disperazione e la bontà, quella vitale, di una commozione. Che gli occhi lucidi vivono per un istante, ma non dominano la scena.  Se oggi apro una finestra è perché hai aggiustato una manovella. Se i panni stesi non si bagnano quando piove, è perché hai fatto in modo che si coprissero. Come se avessi fermato le lacrime necessarie.

Hai moderato a silenzi la mia sfrontatezza, l'ardore, l'impazienza intessuta dai sogni, la fretta di una colazione, il rampicante di sguardi che avvolgeva il succedersi delle stagioni. Penso all'onestà, al tramonto, ai quadri di Dalì che coloravano una corsia, alle storie che ci raccontiamo dentro di noi e che vorrei raccontarti, barattando tutto il resto. Prima di entrare nella pelle e andarmene, come ogni volta.




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31 marzo 2011

Ogni giorno.

Marzo ha chiuso i battenti. C’è aria di passaggio sopra un presente navigato a gocce di quotidiano, con stazioni malandate, raggi di tramonto ad accarezzare i treni che partono da Garibaldi per ogni meta immaginabile. Leggo Deleuze, De Cataldo, Ballard, i quotidiani in malora di un paese in malora, i freepress, le scritte sui muri delle stazioni sotterranee. La filosofia mi manca.

Da una parte la provincia, dall’altra  il Vesuvio, e poi  guardare fuori dal finestrino. Sono le sette e mezzo e non fa buio. Il sole picchia sul piatto dei  grattacieli progettati da un giapponese stempiato. Voglio prendere la macchina fotografica tra le mani, tornare sul mare e fotografare, adesso che questa primavera sembra aver preso una certa via, una declinazione in battiti di odore che mi riporta da qualche parte dove il prima era un presente e l’adolescenza un’epica di errori e coraggio. E’ solo aria, particelle, lavoro d’olfatto. Però  prendo la penna e sembra che il tempo sia tornato a cogliere fiato, correggendosi sotto la parvenza di un’amnistia.

“Ogni giorno mi alzo, faccio colazione (leggo i giornali), vado a lavoro (e mi sento un sopravvissuto), guardo il Tg (mentre tritotovaglio sole, pizza e mandolino, che poi digerisco e sintetizzo fino a quando non mi sazio), ogni giorno vedo tanti tasselli d...i un mosaico chiamato Italia portati via da sciacalli a caccia di Grattini miliardari, sono dei re senza corona, uomini sommersi d’acqua con il cervello a bagnomaria, con un gessetto – ogni giorno - segno sull’asfalto il confine che non riuscirò mai a raggiungere mentre i bambini giocano a differenziare gli adulti, sento e so che sono queste camicie e questi pantaloni a vestire me e non il contrario, perché io resto appeso alla stampella, faccio uso di psicofamici, spengo tanti interruttori.

Trovo che al giorno d’oggi sia tutto assolutamente normale, anche un asso di bastoni spaccato. Oggigiorno, sarebbe come credere che esista ancora una giustizia e che un Tribunale valga più di un Circo. Ogni giorno vado avanti, più in là, per inerzia e trovo solo input mentre si fanno le barricate contro ministri che sparano sui libri, sento di maggioranze che sparano alle opposizioni e di uomini che uccidendo uccidono sé stessi. Ogni giorno come spari, come se piovessero piovono chiodi, e io non so se sto per cadere o cedere. E tutto andrà bene, ogni cosa sarà lucente e malinconica, fino a quando questa bottiglia conterrà vino e non benzina. Ho un post-it attaccato sulla fronte, con su scritto: dimentica. Sono italiano, sono libero, e sono in gabbia”.

Collettivo Latrones




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30 marzo 2011

Bagno con l'inchiostro i miei ritorni quotidiani e metropolitani.

[Semiracconto o pseudotale.]

Cantavi, la tua voce pareva un giudizio sul tempo e sulla storia che ci grandinava addosso senza fare male. Semmai esistesse l'arte di chiudere con una lampo tutte le risacche da cui non c'è scampo, quel tono di voce poteva essere il pennello che si bagnava senza pudore nei colori della tavolozza.

Accompagnavo a gesti e danze quel ritmo che aveva dimenticato col sorriso l'origine, gli arabeschi prendevano corpo dalle mie braccia, sfumavano come la considerazione dei tempi passati e futuri. Quella che ci avvolge la mattina presto, nei momenti in cui siamo soli, in piedi nei treni metropolitani, quando assistiamo alla processione di scalini che ci lasciamo dietro, nel momento che anticipa il giro di chiave nella serratura.

Guardavo la neve precedere la primavera e rendere chimera l'estate, mi figuravo coreografie invincibili tese da finestra a finestra, erano aggrappate a un filo, come mani che avanzavano a pennellate, chiazze di gioia a far da contraltare allo sforzo.

Poggiavo le labbra sul vetro saturo di città, stracolmo delle storie personali di tutti quanti, il frutto del fiato allo specchio era il ritmo di risposta a quell'eco che arrivava a strascichi, una perdita per strada d'irruenza. Preferivo le carezze di sole, pensavo al mondo fuori senza percepirne il peso. Ripiegavo le labbra, tornavo alla musica, ripartivo nei miei cammini a piedi scalzi.

Tu cantavi, giostra tra le lenzuola, sapore capace di alterare gli spazi, di rifugiarsi negli interstizi, digerire la polvere, addomesticare i libri.

Era mattina, un attimo prima di ogni risveglio, le lancette moltiplicavano un affanno e tu continuavi a cantare. Avevamo abrogato tutto per diritto e dovere, tutto al di fuori di quell'istante in cui avevamo costruito un domicilio alle nostre distanze.




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25 marzo 2011

produzione onirica dell'ultima settimana.

Come in un sogno a metà strada nella notte, così avrei voluto gettare in un lampo le scartoffie, le voci perimetrali, i muri assordanti, fuggire con in tasca una canzone gravida di generazioni, il vento in faccia controcanto a una spinta di braccia. Prendere a picconate l'asfalto e poi correre nel ricordo di spiagge ormai deturpate. Far partire certi riff di Fender per seminare una danza di ascensione.

Ho pensato alle persone della mia vita, quelle che non incontrerò più, quelle che verranno. E poi altri elenchi, altri sottoinsiemi.

Mi spiace che diverse di loro siano andate via, in mezzo nessun saluto, né quattro righe a benedire una separazione messa in atto dal tempo e dalle contingenze. E'complicato tenere legate quelle corde che Rimbaud immaginava tese da campanile a campanile.

Forse è vero che non mi piacciono gli addii, così come mi piace pensare che certe città vanno riviste ancora, c'è n'è bisogno, non foss'altro perché Saramago si infila nei sapori viandanti e va a ricordarmelo. Chissà che non ritorni a specchiarmi in certi fiumi o davanti alle trame di un mare.

Siamo il tracollo dei tempi imperfetti, le voci che ballano su quel sentimento della fine che con l'esclusione dei pensieri abbiamo sorvolato. Ritorniamo più maturi di eufemismi, dopo anni riallacciamo discorsi, ci confessiamo quello che non avremmo mai pensato di raccontare, ci incontriamo con i volti ormai duri nei treni che ci riportano a casa. Parliamo di mondi marci e guerre e lavori, circondati da uomini e cravatte, pensioni come chimere, pischelli stracannati da associare agli ingordi cassonetti che popolano le nostre terre. Penso a una strada, una musica, le alzate d'occhi, la ghiaia, le panchine, gli anfibi, le ville e i borghesi, la psiche nella città eterna, l'intreccio per amore di un'anomalia di stagione in cui tutti oppure semplicemente noi svelammo il codice per poi dimenticarlo.




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14 marzo 2011

Macerie di appunti sui tramonti.

Ci ricorderemo di notti atomiche e grassoni predicatori, disinteresse e disprezzo per il disinteresse, cultura sotto i piedi, tutte le vite degli altri che non volevamo e che abbiamo finito per conoscere sotto paradigmi di costrizione. In primo piano su tutti gli schermi una processione che non abbiamo chiesto, il peso della velocità contro il piacere della lentezza.

E' perché non reclamiamo mai il nostro posto che verranno a prenderselo senza troppi complimenti. Perché non calchiamo i contorni, né parliamo, parliamo sempre, qui dove bivaccano silenzi condizionati e visioni senza suoni di sveglie.

 E poi macerie, porzioni infinite di macerie, titoloni, aggregatori di notizie, i media impantanati nelle fissioni, i nostri ricordi e quelli mai nati confluiti in una sommatoria di atomi. Hiroshima mon amour, le profezie dei manga, le nostre sere sul letto a guardare un film di Miyazaki. Termini biblici profusi a piene mani. Incubi, isotopi, cesio, magnesio, una scalata di pensieri e di inciampi infilati nella prima sera mite di marzo.

Immagini, fotogrammi mentali a bizzeffe, siamo incastrati dentro un convoglio immaginario che deraglia, si perde nel mare. Eppure resta la forza delle parole, il canto della voce, la pazienza della ricostruzione, la ricchezza e il caro prezzo di imparare, forse, una lezione.




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9 marzo 2011

Siano benedetti gli sguardi istintivi agli scaffali.

"A me piace vedere le persone riunite, forse è sciocco, ma che dire, mi piace vedere la gente che si corre incontro, mi piacciono i baci e i pianti, amo l'impazienza, le storie che la bocca non riesce a raccontare abbastanza in fretta, le orecchie che non sono abbastanza grandi, gli occhi che non abbracciano tutto il cambiamento, mi piacciono gli abbracci, la ricomposizione, la fine della mancanza di qualcuno, mi siedo in disparte con un caffé e scrivo nel diario, osservo e scrivo, cerco di non ricordare la vita che non volevo perdere ma che ho perduto e devo ricordare, essere qui mi riempie di gioia il cuore anche se la gioia non è mia, e alla fine della giornata riempo la valigia di vecchie notizie."

Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino


Ancora prima di giungere all'ultima pagina, so già di amare questo libro. E so anche che i suoi pirotecnici e struggenti personaggi mi mancheranno, per sempre.




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7 marzo 2011

Quando torno in posti che, qualunque cosa accada, mi apparterranno sempre.

Quando non bastano le voci a placare i sensi corro a farne nuova scorta nelle librerie. Ritorno con fiducia dagli amici che bazzicano negli scaffali angusti e opinabili dei centri commerciali, dominio di commesse spaesate quasi quanto i clienti che ci finiscono per caso, vittime impotenti dell'inganno di un'attesa, costretti a riempire il buco di un'incombenza data da una ricorrenza. Ma quello è il posto più vicino, ho poca scelta. Gli amici si affiancano stropicciati o soffocanti nel cellophane, in posti che non riconoscono, tra compagni che non vedono di buon'occhio. Non trovo mai quello che cerco, quello che ho in mente prima di raggiungere il posto e che immagino invece già lì, pronto a catapultarsi tra le mani come un abbraccio. Il tatto è una parte indispensabile della felicità. Così vale anche per la lettura. Prendo il libro che ho scelto tra mille altri, l'inizio di un sodalizio enigmatico che porto con me per il giro finale, come la conoscenza che si declina nei passi di un pomeriggio per la città. Intanto guardo, sfoglio, osservo, memorizzo altri che probabilmente non leggerò mai perché la vita non basta, penso a Calvino e al primo capitolo della sua notte d'inverno. Io me li immagino, questi scrittori, uno ad uno, migliaia di parole strappate all'aria, ai sogni, plasmate dal vuoto nel nulla del bianco. Credo nei loro blocchi, nelle lotte a sangue precipitate nelle storie che appartengono a loro stessi. Un confronto di urla silenziose dinanzi a uno specchio di carta. Stanze buie, vagoni o alberi in campagne sterminate. Appartamenti al quinto piano di una periferia, di una metropoli. Alzarsi di buon mattino o quando gli va. Zero interviste, massima popolarità, ricerca del successo. Sofferenza atroce, impiccarsi perché si sono scoperte troppe cose che la vita non basta più. Prima di iniziare a sfogliare, mi infilo dentro la fantasia di chi le parole le ha piazzate una dietro l'altra. Da quale pelle e pensiero e silenzio di occhi possano sfociare certe sinfonie.  




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6 marzo 2011

Il senso di una febbre e di una neve.

Tra le prime righe del suo nonromanzo capolavoro, Babsi Jones citava Kafka. Lo ha fatto con la decisione delle ultime cose, la tenacia e l'audacia che sono celate dentro la scrittura, nel plasmare che si aggrappa - ancora lei - a questo bianco di carta che avanza.

Non chiedetemi perché High and Dry dei Radiohead mi ronza in testa, insieme ad altri due o tre pezzi che passano a ripetizione nella schiuma dei giorni. Leggo il senso della neve, la tortuosa ma stimolante serpentina di pastelli che si dispiega nel ghiaccio, una temperatura lontana dal nostro sangue partenopeo. In basso, dal basso, come una ripartenza che ha scavalcato le zavorre, crescendo in un'avanzata di bagagli che continuano nel loro germoglio.

C'è bellezza da conservare, anche in un non-luogo, nel frutto di una camminata epica nel suo piccolo, che traccia solchi sottili nel cuore incontaminato dell'Italia.
Come nei profumi dell'alba, nel ritorno verso il mare, nello scorrere dell'occhio sul piazzale di un mattino.
Ripartiremo per tutta la vita, ogni giorno, come abbiamo sempre fatto. E' questa la nostra costante, il passo immediato a ogni risveglio. Cattureremo infilando in tasca quello che abbiamo dato senza chiedere, sopperendo alla domanda del dono, magari guardando il raccordo dei tetti imbiancati.
Non si scrive per cancellare le nostalgie, per mostrare all'opinione altrui un passaggio di felicità sbandierato, per autoconvincimento.
Ho scelto da tempo la via tortuosa delle parole. L' egocentrismo zampillante nelle pieghe di un blog può essere lavorato secondo prezzi e schemi diversi. Questi sono i miei.
Sei entrata come uno spiffero, plasmandoti a maniera di vento. Traslando ciò che ho costruito di me in un altro teatro dove ora respira la tua compagnia, la carta colorata e fresca dentro i cassetti che metto a posto per me.
E per non perdermi niente potrei disegnare a parole ciottoli accarezzati dal ghiaccio sciolto e passi sempre meno convalescenti. Eppure fatico a stare dietro alle cose, tanto sono innumerevoli e da onorare. E non mi fermo, mi inchino e sorrido, mi lego al dito solo i silenzi di ore improbabili, quelli che mi piacciono e cerco di decifrare l'avanti, sapendo che lo si può fare soltanto vivendo per il meglio.





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22 febbraio 2011

"Si staccano così i capelli, le foglie, le gocce, le pagine."

"Si, signore. Non so come spiegarlo, ma da ieri mi sento diverso. Mi sembra di vedere avanti a me, lontano. So che percorreremo una strada lunghissima verso l'oscurità; ma so che non posso tornare indietro. Non è per vedere Elfi, né draghi, né montagne che ora voglio...Non so nemmeno io cosa voglio esattamente: ma ho qualcosa da fare prima della fine, qualcosa che si trova avanti a me e non nella Contea. Devo arrivare fino in fondo, signore, non so se mi capite."

(J. R. R. Tolkien - The Fellowship of the ring)




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18 febbraio 2011

Incipit.

Quello che mi porto addosso l'ho imparato da questa città.
Neanche una geometria perfetta può colmare gli inciampi di meraviglia, perché sono necessari, inarrivabili, inaspettati.
Alfabeti e ceste di numeri mescolati alle serpentine tra le persone. E' un gioco sovrano di occhi quello che risale le tormente dell'aria, la somma dei giorni stanchi, tutto riannodato nel colpo di un istante scosceso.
Valle a capire, le musiche dentro i quartieri, i vicoli che ho visto e rivisto nell'ultimo anno e che mai esausti ti infilano nuovamente dentro una storia.
Le coincidenze non passano accanto soltanto nel candore di un'età. Io oggi, per minuti e minuti costellati dai palazzi retti sull'aria, parevo felice in accordo a uno spartito nuovo.





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15 febbraio 2011

Quegli alberi di febbraio. (Ovvero, come si ritorna, tra lo stupore degli astanti, a zampettare sui tasti).

C'è chi ci ha rinunciato. Quelli sono i vigliacchi, i buoni a nulla, i terroristi della vita.
Capita, davvero, di andare a fare un giro nel cortile a sfornare fregnacce, fare capriole nell'erba, viverla più che scriverla, ma poi ricordarsi che si respira per raccontarla.
Non ho un lavoro da descrivervi, né sentimenti o stati d'animo a basse temperature da nascondere dietro le righe con falsi moralismi, battute di spirito. No, non è il momento. Scrivo, e per tanti motivi mi sento vivo, mi sento come uno che tra un po' piange, perché sa fare qualcosa che gli altri non si sognano neanche, anche se non è vero, ma non venite a svegliarmi dal sogno. Pensateci due volte, prima di scuotermi aprendo le porte, sono ancora un bambino. Tirare fuori la morte dal taschino, correre a velocità della luce sui tasti, cancellare fantasmi, ascoltare come un orgasmo il suono del tippettare nella notte, lontano solo l'abbaiare dei cani, un lampo di freddo, lo sfrecciare sempre uguale delle auto, una mezza canzone, l'altra fetta un rimpianto che scompare. E' una fottuta notte di preprimavera, dall'altro capo degli occhi ci sono diverse pupille che cantano, si sgretolano, altre rinascono, tra le foto e le sentenze epocali. Sarà come smettere un vizio, alla Pavese. Sarà come sorridersi allo specchio, nel riflesso facce di culo per fottere quest'ultimo.
L'ambivalenza delle stelle, quant'è bella e tramortita in certi frangenti e periodi, quanto sarebbe appagante sciogliere i nodi e veleggiare via, lontano. Ma ora siamo qui, nella memoria un valzer, un letto d'ospedale che mi ricorda il posto della vita, la santificazione dei giorni. Il vento gelido di un lontano febbraio, la sapienza che non c'è nulla da buttare. Nulla, solo i fantasmi che non parlano più. A me il primo compito, il buonumore, la critica, il cassetto giusto.

Se non avete compreso, abbiate il gusto di abbracciare questo esercizio di ritorno.  




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5 gennaio 2011

Nota sulla fotografia.

Voglio ricordare le parole di un'amica, che una volta scrisse, come nei momenti in cui si indovina se stessi con chiarezza, che la fotografia era ed é la sua valvola di sfogo.
Questa per me rimane la definizione migliore, il pensiero che va a rubare molti attimi prima e dopo uno scatto, la volontà di fermare il gioco dell'occhio con tutte le conseguenze che porterà con sé.


Alla fotografia ci sono arrivato per caso e per volontà, una pozione di entrambi, e non posso non ringraziare le persone, sconosciute o meno, che attraverso immagini, gesti, consigli, hanno permesso un ritorno, più che una scoperta. Questo perché sono ancora fermamente convinto, alla maniera dei greci, che le virtù e le passioni affermano una residenza personale e che hanno bisogno di un maieuta, qualunque forma e respiro assuma, per venir fuori nel mondo. Scoprirle é la parte più difficile e coincide essenzialmente con l'innamorarsi di sé e di tutto continuamente. Scoprirle è il sapore provato all'ascolto della musica alla fine del viaggio.

A un certo punto, ma ancora adesso, mi accorgo che anche la fotografia può essere una forma di racconto. Non che non si sapesse già, ma certe cose sono tue solo quando le vivi nel perimetro della tua pelle. Allora rimangono a spasso dentro di te con convinzione, abitano caverne remote e fiati intimi, si muovono nel sangue e nella danza dei fianchi. Ecco, il piacere e il dolore di portarsele nelle proprie tasche combacia con la convinzione di capirle.

Non so con precisione cosa cerco in uno scatto. E' un po' come la scrittura, il disegno, l'arte, l'architettura, un'esibizione in strada, su un palco. E' una convinzione strettamente personale e può variare da un giorno all'altro. Può ritornare, imporsi, dimenticare gli scopi, plasmarsi in codici nuovi. Si sente l'odore di un universo che assomiglia molto a quello del vivere. Detto da un filosofo potrebbe costituire una rinuncia al domandarsi.

Oggi mi viene da dire che il racconto, la storia che accompagna una mia fotografia, a sua volta un modo di raccontarsi, potrebbe essere lo specchio di un dono, una curiosità che vorrebbe crescere come generosa e comunicare quello che coglie. Il ricordo del mondo, la descrizione di un attimo, la scelta di un particolare in mezzo ai tanti, vuol dire anche saper scegliere se stessi nell'abbondanza che svaluta e che ci vorrebbe come semplici consumatori.

Chiudo allora il cerchio con una frase illuminante di David Foster Wallace: "A chiunque è stato dato assai, assai sarà ridomandato." Se premere il pulsante per scattare una foto può essere un tentativo di depurare il marcio, spalancare una finestra contro l'aria viziata, un'invenzione continua a favore della bellezza, condividerlo è allora un esperimento per capire una parte di se stessi e pareggiare ciò che da qualche parte, nella vita, ci è stato dato.    

Le strade di Londra vissute in solitudine, con una macchina fotografica tra le mani, sono servite anche a questo.

Ciò detto, per chi non lo sapesse ancora, ho aperto un nuovo account fotografico su Flickr. Lo trovate qui.

off.




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31 dicembre 2010

Ah, e il memorandum è solo mio.

Dovrò ricominciare a volermi bene sul serio. Gli ultimi sono stati giorni difficili, e rialzarsi, imparare tante nuove cose, impegnarsi, trovare un lavoro che mi piaccia e che porti soldi che mi permettano di cominciare a camminare da solo, tutto questo sarà complicato e arduo, ma mi auguro di far combaciare la volontà con il sapore di qualche possibile sorpresa.
E' buffo notare come il culmine di questo ambaradan da emicrania sia arrivato proprio all'ultimo dell'anno.
Mi guardo intorno, passo le mani tra biglietti e cartoline, penso che ho solo 24 anni, e che per una volta il prezzo di quest'età non mi deve pesare. Ho visto tanti posti, conosciuto persone, parlato con loro a tutte le ore, ho imparato tanto e non mi fermerò qui, mi sono speso fino all'ultimo per chi volevo bene, senza rimpianti. Poco importa la gradazione della risposta, non è nel mio stile metterla in preventivo.
Io sono fottutamente in gamba, e datemi solo tempo, aspettate e vedrete. Sì, è questo che mi devo ricordare di non dimenticare mai.

"You're so fuckin special..."
(Creep - Radiohead)

Buon anno, Loi.




permalink | inviato da creep il 31/12/2010 alle 23:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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Voglio dirvi un grande segreto, mio caro:

non aspettate il giudizio finale,

perché si celebra ogni giorno.

Albert Camus, La caduta

 

"Preferirei formulare la domanda così: perché si scrive? Tempo fa, quando ero giovane ascoltai Samuel Beckett rispondere: "Non mi rimane altro". Le risposte possibili sono tutte valide, ma con un punto interrogativo. Scriviamo perché temiamo la morte? Perché abbiamo paura di vivere? Perché abbiamo nostalgia dell'infanzia? Perché il passato è fuggito in fretta o perché vogliamo fermarlo? Scriviamo perché a causa della vecchiaia sentiamo nostalgia, rammarico? Perché vorremmo aver fatto una cosa e non l'abbiamo fatta o perché non dovremmo aver fatto qualcosa che abbiamo fatto e non avremmo dovuto? Perché stiamo qui e vogliamo stare lì e se stessimo lì non sarebbe stato meglio per noi restare qui? Come diceva Baudelaire: la vita è un ospedale dove ogni malato vuole cambiare letto. Uno crede che potrebbe guarire più in fretta se si trovasse accanto alla finestra e un altro pensa che starebbe meglio vicino al riscaldamento."

(Antonio Tabucchi)

"Comunque vada la tua scrittura, che sia gradita o ignota, difendine il diritto per chiunque. E se ti costerà, pagane allegro il prezzo, sei scrittore e hai responsabilità civile della libertà di pubblica parola.
Sento ripetere spesso nelle dispute la frase: "si vergogni". Lo faccio, mi vergogno ogni giorno e dovrei farlo più spesso. E' una buona misura di igiene personale, tiene i nervi in allerta, riordina i pensieri. Se mi capita di ricevere l'invito a vergognarmi, lo accolgo volentieri e auguro altrettanto. Fa bene vergognarsi. Ma non far passare liscia la frase che intima di tacere, negando il diritto di parola. Contrasta ovunque la censura, fai il bravo calzolaio e difendi il diritto di libero cammino. Sia questo il sacro per te: la libera parola scritta, detta, cantata, recitata, in ogni luogo pubblico."

(Erri de Luca)

 
"Compare Socrate influenzò Platone, che influenzò Aristotele, che non fu capito da Avicenna, secondo Averroè, che attaccò Al Ghazali, che influenzò Farid ad din 'Attar, che attaccò i filosofi greci. Io che sto diventando sabbia del deserto, ringrazio i venti che mi cambiano forma e punto di osservazione, un ideale perseguo, anacronistico e ridicolo: il miglioramento."
(Franco Battiato)


"Bisogna avere stile anche nei momenti peggiori."

(OfflagaDiscoPax)



Il motivo per cui la gente compone canzoni blues sta nel fatto che la vita è breve, dolce, e sfuggente.
Il blues da la prova della stranezza di ogni destino individuale.
(Charles Simic)
 


 

"In this world there are only two tragedies. One is not getting what one wants, and the other is getting it."

(Oscar Wilde)




"Forse è soprattutto nei viaggi che ho conosciuto la persuasione, e cioè il possesso presente della propria vita, la capacità di vivere l'attimo, ogni attimo e non solo quelli privilegiati ed eccezionali, senza sacrificarlo al futuro, senza annientarlo nei progetti e nei programmi, senza considerarlo semplicemente un momento da far passare presto per raggiungere qualcos'altro."
(Claudio Magris)





"Così in America quando il sole va giù e io siedo sul vecchio diroccato molo sul fiume a guardare i lunghi, lunghissimi cieli sopra il New Jersey e avverto tutta quella terra nuda che si svolge in un'unica incredibile massa fino alla Costa Occidentale, e tutta quella strada che va, tutta la gente che sogna nell'immensità di essa, e so che nello Iowa a quell'ora i bambini stanno certo piangendo nella terra in cui lasciano piangere i bambini, e che stanotte usciranno le stelle, e non sapete che Dio è Winnie Pooh?, e la stella della sera deve star tramontando e spargendo il suo fioco scintillìo sulla prateria, il che avviene proprio prima dell'arrivo della notte completa che benedice la terra, oscura tutti i fiumi, avvolge i picchi e rimbocca le ultime spiagge, e nessuno, nessuno sa quel che succederà di nessun altro se non il desolato stillicidio del diventar vecchi, allora penso a Dean Moriarty, penso persino al vecchio Dean Moriarty, il padre che mai trovammo, penso a Dean Moriarty."
(On the road)


 


 

 

 

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