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Diario
27 ottobre 2011
L'ultima volta.
Andarmene
è sempre stato il mio forte. E lui lo sapeva, lo ha sempre saputo. Fin
dall'inizio di ogni prima, come si conoscono le leggi che governano i venti, i
meccanismi delle maree, il pianto di una nuova vita, il moto di rivoluzione, la
precisione di un colpo di martello, la bellezza delle distinzioni.
Il
contrappeso di questo andare posso raccontarlo solo come un cesto di
spensieratezza e splendore. Un girotondo di colpi d'occhio che scavano dentro
le cose, un elenco di mondi vissuti che scaccia via ogni possibile notte. Una
serata sulle ginocchia, l'ultimo respiro dell'erbaccia tirata a forza dalla
terra, il mare alle cinque, una bestemmia d'amore.
Il
ritmo di un braccio che non ho più riconosciuto, un ritmo che escludeva il
pensiero.
Penso
alle coperte e a quello che nascondono, alla nicotina e al velluto dei
pantaloni, alla voce in radio la domenica, alla vita che hai impiegato per non
pensare affatto alla tua vita. Ce ne andiamo sempre prima, per poi tornare,
dopo i giorni dove non conta il colore del cielo, le settimane passate tra i due estremi
di una morsa. Quanti incontri, quante facce, quanta polvere, quanti sorrisi poi, davanti alle cianfrusaglie.
Da
te ho imparato l'assenza di ogni disperazione e la bontà, quella vitale, di una commozione. Che gli occhi
lucidi vivono per un istante, ma non dominano la scena. Se oggi apro una finestra
è perché hai aggiustato una manovella. Se i panni stesi non si bagnano quando
piove, è perché hai fatto in modo che si coprissero. Come se avessi fermato le
lacrime necessarie.
Hai
moderato a silenzi la mia sfrontatezza, l'ardore, l'impazienza intessuta dai sogni, la fretta di una
colazione, il rampicante di sguardi che avvolgeva il succedersi delle stagioni.
Penso all'onestà, al tramonto, ai quadri di Dalì che coloravano una corsia,
alle storie che ci raccontiamo dentro di noi e che vorrei raccontarti,
barattando tutto il resto. Prima di entrare nella pelle e andarmene, come ogni
volta.
| inviato da creep il 27/10/2011 alle 23:56 | |
31 marzo 2011
Ogni giorno.
Marzo
ha chiuso i battenti. C’è aria di passaggio sopra un presente navigato a gocce
di quotidiano, con stazioni malandate, raggi di tramonto ad accarezzare i treni
che partono da Garibaldi per ogni meta immaginabile. Leggo Deleuze, De Cataldo,
Ballard, i quotidiani in malora di un paese in malora, i freepress, le scritte
sui muri delle stazioni sotterranee. La filosofia mi manca.
Da
una parte la provincia, dall’altra il
Vesuvio, e poi guardare fuori dal
finestrino. Sono le sette e mezzo e non fa buio. Il sole picchia sul piatto dei
grattacieli progettati da un giapponese
stempiato. Voglio prendere la macchina fotografica tra le mani, tornare sul
mare e fotografare, adesso che questa primavera sembra aver preso una certa via,
una declinazione in battiti di odore che mi riporta da qualche parte dove il
prima era un presente e l’adolescenza un’epica di errori e coraggio. E’ solo
aria, particelle, lavoro d’olfatto. Però prendo la penna e sembra che il tempo sia tornato
a cogliere fiato, correggendosi sotto la parvenza di un’amnistia.
“Ogni
giorno mi alzo, faccio colazione (leggo i giornali), vado a lavoro (e mi sento
un sopravvissuto), guardo il Tg (mentre tritotovaglio sole, pizza e mandolino,
che poi digerisco e sintetizzo fino a quando non mi sazio), ogni giorno vedo
tanti tasselli d...i un mosaico chiamato Italia portati via da sciacalli a
caccia di Grattini miliardari, sono dei re senza corona, uomini sommersi
d’acqua con il cervello a bagnomaria, con un gessetto – ogni giorno - segno
sull’asfalto il confine che non riuscirò mai a raggiungere mentre i bambini
giocano a differenziare gli adulti, sento e so che sono queste camicie e questi
pantaloni a vestire me e non il contrario, perché io resto appeso alla
stampella, faccio uso di psicofamici, spengo tanti interruttori.
Trovo che al
giorno d’oggi sia tutto assolutamente normale, anche un asso di bastoni
spaccato. Oggigiorno, sarebbe come credere che esista ancora una giustizia e
che un Tribunale valga più di un Circo. Ogni giorno vado avanti, più in là, per
inerzia e trovo solo input mentre si fanno le barricate contro ministri che
sparano sui libri, sento di maggioranze che sparano alle opposizioni e di
uomini che uccidendo uccidono sé stessi. Ogni giorno come spari, come se
piovessero piovono chiodi, e io non so se sto per cadere o cedere. E tutto
andrà bene, ogni cosa sarà lucente e malinconica, fino a quando questa
bottiglia conterrà vino e non benzina. Ho un post-it attaccato sulla fronte,
con su scritto: dimentica. Sono italiano, sono libero, e sono in gabbia”.
Collettivo Latrones
| inviato da creep il 31/3/2011 alle 21:24 | |
30 marzo 2011
Bagno con l'inchiostro i miei ritorni quotidiani e metropolitani.
[Semiracconto o pseudotale.]
Cantavi, la tua voce pareva un giudizio sul
tempo e sulla storia che ci grandinava addosso senza fare male. Semmai
esistesse l'arte di chiudere con una lampo tutte le risacche da cui non c'è
scampo, quel tono di voce poteva essere il pennello che si bagnava senza pudore
nei colori della tavolozza. Accompagnavo a gesti e danze quel ritmo che
aveva dimenticato col sorriso l'origine, gli arabeschi prendevano corpo dalle
mie braccia, sfumavano come la considerazione dei tempi passati e futuri.
Quella che ci avvolge la mattina presto, nei momenti in cui siamo soli, in
piedi nei treni metropolitani, quando assistiamo alla processione di scalini
che ci lasciamo dietro, nel momento che anticipa il giro di chiave nella
serratura. Guardavo la neve precedere la primavera e
rendere chimera l'estate, mi figuravo coreografie invincibili tese da finestra
a finestra, erano aggrappate a un filo, come mani che avanzavano a pennellate,
chiazze di gioia a far da contraltare allo sforzo.
Poggiavo le labbra sul vetro saturo di città,
stracolmo delle storie personali di tutti quanti, il frutto del fiato allo
specchio era il ritmo di risposta a quell'eco che arrivava a strascichi, una
perdita per strada d'irruenza. Preferivo le carezze di sole, pensavo al mondo
fuori senza percepirne il peso. Ripiegavo le labbra, tornavo alla musica,
ripartivo nei miei cammini a piedi scalzi. Tu cantavi, giostra tra le lenzuola, sapore
capace di alterare gli spazi, di rifugiarsi negli interstizi, digerire la
polvere, addomesticare i libri.
Era mattina, un attimo prima di ogni risveglio,
le lancette moltiplicavano un affanno e tu continuavi a cantare. Avevamo
abrogato tutto per diritto e dovere, tutto al di fuori di quell'istante in cui
avevamo costruito un domicilio alle nostre distanze.
| inviato da creep il 30/3/2011 alle 19:36 | |
25 marzo 2011
produzione onirica dell'ultima settimana.
Come
in un sogno a metà strada nella notte, così avrei voluto gettare in un lampo le
scartoffie, le voci perimetrali, i muri assordanti, fuggire con in tasca una
canzone gravida di generazioni, il vento in faccia controcanto a una spinta di
braccia. Prendere
a picconate l'asfalto e poi correre nel ricordo di spiagge ormai deturpate. Far
partire certi riff di Fender per seminare una danza di ascensione.
Ho
pensato alle persone della mia vita, quelle che non incontrerò più, quelle che
verranno. E poi altri elenchi, altri sottoinsiemi.
Mi
spiace che diverse di loro siano andate via, in mezzo nessun saluto, né quattro
righe a benedire una separazione messa in atto dal tempo e dalle
contingenze. E'complicato tenere legate quelle corde che Rimbaud immaginava tese
da campanile a campanile. Forse
è vero che non mi piacciono gli addii, così come mi piace pensare che certe
città vanno riviste ancora, c'è n'è bisogno, non foss'altro perché Saramago si
infila nei sapori viandanti e va a ricordarmelo. Chissà che non ritorni a specchiarmi
in certi fiumi o davanti alle trame di un mare.
Siamo
il tracollo dei tempi imperfetti, le voci che ballano su quel sentimento della
fine che con l'esclusione dei pensieri abbiamo sorvolato. Ritorniamo più
maturi di eufemismi, dopo anni riallacciamo discorsi, ci confessiamo quello che non avremmo
mai pensato di raccontare, ci incontriamo con i volti ormai duri nei treni che
ci riportano a casa. Parliamo di mondi marci e guerre e lavori, circondati da
uomini e cravatte, pensioni come chimere, pischelli stracannati da associare
agli ingordi cassonetti che popolano le nostre terre. Penso a una strada, una
musica, le alzate d'occhi, la ghiaia, le panchine, gli anfibi, le ville e i
borghesi, la psiche nella città eterna, l'intreccio per amore di un'anomalia di
stagione in cui tutti oppure semplicemente noi svelammo il codice per poi
dimenticarlo.
| inviato da creep il 25/3/2011 alle 22:24 | |
14 marzo 2011
Macerie di appunti sui tramonti.
Ci ricorderemo di notti atomiche e grassoni predicatori,
disinteresse e disprezzo per il disinteresse, cultura sotto i piedi, tutte le
vite degli altri che non volevamo e che abbiamo finito per conoscere sotto paradigmi di costrizione. In
primo piano su tutti gli schermi una processione che non abbiamo chiesto, il
peso della velocità contro il piacere della lentezza.
E' perché non reclamiamo mai il nostro posto che verranno a
prenderselo senza troppi complimenti. Perché non calchiamo i contorni, né
parliamo, parliamo sempre, qui dove bivaccano silenzi condizionati e visioni
senza suoni di sveglie.
E poi macerie, porzioni infinite di macerie, titoloni,
aggregatori di notizie, i media impantanati nelle fissioni, i nostri ricordi e
quelli mai nati confluiti in una sommatoria di atomi. Hiroshima mon amour, le
profezie dei manga, le nostre sere sul letto a guardare un film di Miyazaki.
Termini biblici profusi a piene mani. Incubi, isotopi, cesio, magnesio, una
scalata di pensieri e di inciampi infilati nella prima sera mite di marzo.
Immagini, fotogrammi mentali a bizzeffe, siamo incastrati
dentro un convoglio immaginario che deraglia, si perde nel mare. Eppure resta
la forza delle parole, il canto della voce, la pazienza della ricostruzione, la
ricchezza e il caro prezzo di imparare, forse, una lezione.
| inviato da creep il 14/3/2011 alle 22:16 | |
9 marzo 2011
Siano benedetti gli sguardi istintivi agli scaffali.
"A me piace vedere le persone riunite, forse è sciocco, ma che dire, mi piace vedere la gente che si corre incontro, mi piacciono i baci e i pianti, amo l'impazienza, le storie che la bocca non riesce a raccontare abbastanza in fretta, le orecchie che non sono abbastanza grandi, gli occhi che non abbracciano tutto il cambiamento, mi piacciono gli abbracci, la ricomposizione, la fine della mancanza di qualcuno, mi siedo in disparte con un caffé e scrivo nel diario, osservo e scrivo, cerco di non ricordare la vita che non volevo perdere ma che ho perduto e devo ricordare, essere qui mi riempie di gioia il cuore anche se la gioia non è mia, e alla fine della giornata riempo la valigia di vecchie notizie."
Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino
Ancora prima di giungere all'ultima pagina, so già di amare questo libro. E so anche che i suoi pirotecnici e struggenti personaggi mi mancheranno, per sempre.
| inviato da creep il 9/3/2011 alle 20:47 | |
7 marzo 2011
Quando torno in posti che, qualunque cosa accada, mi apparterranno sempre.
Quando non bastano le voci a placare i sensi corro a farne nuova scorta nelle librerie. Ritorno con fiducia dagli amici che bazzicano negli scaffali angusti e opinabili dei centri commerciali, dominio di commesse spaesate quasi quanto i clienti che ci finiscono per caso, vittime impotenti dell'inganno di un'attesa, costretti a riempire il buco di un'incombenza data da una ricorrenza. Ma quello è il posto più vicino, ho poca scelta. Gli amici si affiancano stropicciati o soffocanti nel cellophane, in posti che non riconoscono, tra compagni che non vedono di buon'occhio. Non trovo mai quello che cerco, quello che ho in mente prima di raggiungere il posto e che immagino invece già lì, pronto a catapultarsi tra le mani come un abbraccio. Il tatto è una parte indispensabile della felicità. Così vale anche per la lettura. Prendo il libro che ho scelto tra mille altri, l'inizio di un sodalizio enigmatico che porto con me per il giro finale, come la conoscenza che si declina nei passi di un pomeriggio per la città. Intanto guardo, sfoglio, osservo, memorizzo altri che probabilmente non leggerò mai perché la vita non basta, penso a Calvino e al primo capitolo della sua notte d'inverno. Io me li immagino, questi scrittori, uno ad uno, migliaia di parole strappate all'aria, ai sogni, plasmate dal vuoto nel nulla del bianco. Credo nei loro blocchi, nelle lotte a sangue precipitate nelle storie che appartengono a loro stessi. Un confronto di urla silenziose dinanzi a uno specchio di carta. Stanze buie, vagoni o alberi in campagne sterminate. Appartamenti al quinto piano di una periferia, di una metropoli. Alzarsi di buon mattino o quando gli va. Zero interviste, massima popolarità, ricerca del successo. Sofferenza atroce, impiccarsi perché si sono scoperte troppe cose che la vita non basta più. Prima di iniziare a sfogliare, mi infilo dentro la fantasia di chi le parole le ha piazzate una dietro l'altra. Da quale pelle e pensiero e silenzio di occhi possano sfociare certe sinfonie.
| inviato da creep il 7/3/2011 alle 23:59 | |
6 marzo 2011
Il senso di una febbre e di una neve.
Tra le prime righe del suo nonromanzo capolavoro, Babsi Jones citava Kafka. Lo ha fatto con la decisione delle ultime cose, la tenacia e l'audacia che sono celate dentro la scrittura, nel plasmare che si aggrappa - ancora lei - a questo bianco di carta che avanza.
Non chiedetemi perché High and Dry dei Radiohead mi ronza in testa, insieme ad altri due o tre pezzi che passano a ripetizione nella schiuma dei giorni. Leggo il senso della neve, la tortuosa ma stimolante serpentina di pastelli che si dispiega nel ghiaccio, una temperatura lontana dal nostro sangue partenopeo. In basso, dal basso, come una ripartenza che ha scavalcato le zavorre, crescendo in un'avanzata di bagagli che continuano nel loro germoglio.
C'è bellezza da conservare, anche in un non-luogo, nel frutto di una camminata epica nel suo piccolo, che traccia solchi sottili nel cuore incontaminato dell'Italia. Come nei profumi dell'alba, nel ritorno verso il mare, nello scorrere dell'occhio sul piazzale di un mattino. Ripartiremo per tutta la vita, ogni giorno, come abbiamo sempre fatto. E' questa la nostra costante, il passo immediato a ogni risveglio. Cattureremo infilando in tasca quello che abbiamo dato senza chiedere, sopperendo alla domanda del dono, magari guardando il raccordo dei tetti imbiancati. Non si scrive per cancellare le nostalgie, per mostrare all'opinione altrui un passaggio di felicità sbandierato, per autoconvincimento. Ho scelto da tempo la via tortuosa delle parole. L' egocentrismo zampillante nelle pieghe di un blog può essere lavorato secondo prezzi e schemi diversi. Questi sono i miei. Sei entrata come uno spiffero, plasmandoti a maniera di vento. Traslando ciò che ho costruito di me in un altro teatro dove ora respira la tua compagnia, la carta colorata e fresca dentro i cassetti che metto a posto per me. E per non perdermi niente potrei disegnare a parole ciottoli accarezzati dal ghiaccio sciolto e passi sempre meno convalescenti. Eppure fatico a stare dietro alle cose, tanto sono innumerevoli e da onorare. E non mi fermo, mi inchino e sorrido, mi lego al dito solo i silenzi di ore improbabili, quelli che mi piacciono e cerco di decifrare l'avanti, sapendo che lo si può fare soltanto vivendo per il meglio.
| inviato da creep il 6/3/2011 alle 18:43 | |
22 febbraio 2011
"Si staccano così i capelli, le foglie, le gocce, le pagine."
"Si, signore. Non so come spiegarlo, ma da ieri mi sento diverso. Mi sembra di vedere avanti a me, lontano. So che percorreremo una strada lunghissima verso l'oscurità; ma so che non posso tornare indietro. Non è per vedere Elfi, né draghi, né montagne che ora voglio...Non so nemmeno io cosa voglio esattamente: ma ho qualcosa da fare prima della fine, qualcosa che si trova avanti a me e non nella Contea. Devo arrivare fino in fondo, signore, non so se mi capite."
(J. R. R. Tolkien - The Fellowship of the ring)
| inviato da creep il 22/2/2011 alle 13:45 | |
18 febbraio 2011
Incipit.
Quello che mi porto addosso l'ho imparato da questa città. Neanche una geometria perfetta può colmare gli inciampi di meraviglia, perché sono necessari, inarrivabili, inaspettati. Alfabeti e ceste di numeri mescolati alle serpentine tra le persone. E' un gioco sovrano di occhi quello che risale le tormente dell'aria, la somma dei giorni stanchi, tutto riannodato nel colpo di un istante scosceso. Valle a capire, le musiche dentro i quartieri, i vicoli che ho visto e rivisto nell'ultimo anno e che mai esausti ti infilano nuovamente dentro una storia. Le coincidenze non passano accanto soltanto nel candore di un'età. Io oggi, per minuti e minuti costellati dai palazzi retti sull'aria, parevo felice in accordo a uno spartito nuovo.
| inviato da creep il 18/2/2011 alle 1:45 | |
15 febbraio 2011
Quegli alberi di febbraio. (Ovvero, come si ritorna, tra lo stupore degli astanti, a zampettare sui tasti).
C'è chi ci ha rinunciato. Quelli sono i vigliacchi, i buoni a nulla, i terroristi della vita. Capita, davvero, di andare a fare un giro nel cortile a sfornare fregnacce, fare capriole nell'erba, viverla più che scriverla, ma poi ricordarsi che si respira per raccontarla. Non ho un lavoro da descrivervi, né sentimenti o stati d'animo a basse temperature da nascondere dietro le righe con falsi moralismi, battute di spirito. No, non è il momento. Scrivo, e per tanti motivi mi sento vivo, mi sento come uno che tra un po' piange, perché sa fare qualcosa che gli altri non si sognano neanche, anche se non è vero, ma non venite a svegliarmi dal sogno. Pensateci due volte, prima di scuotermi aprendo le porte, sono ancora un bambino. Tirare fuori la morte dal taschino, correre a velocità della luce sui tasti, cancellare fantasmi, ascoltare come un orgasmo il suono del tippettare nella notte, lontano solo l'abbaiare dei cani, un lampo di freddo, lo sfrecciare sempre uguale delle auto, una mezza canzone, l'altra fetta un rimpianto che scompare. E' una fottuta notte di preprimavera, dall'altro capo degli occhi ci sono diverse pupille che cantano, si sgretolano, altre rinascono, tra le foto e le sentenze epocali. Sarà come smettere un vizio, alla Pavese. Sarà come sorridersi allo specchio, nel riflesso facce di culo per fottere quest'ultimo. L'ambivalenza delle stelle, quant'è bella e tramortita in certi frangenti e periodi, quanto sarebbe appagante sciogliere i nodi e veleggiare via, lontano. Ma ora siamo qui, nella memoria un valzer, un letto d'ospedale che mi ricorda il posto della vita, la santificazione dei giorni. Il vento gelido di un lontano febbraio, la sapienza che non c'è nulla da buttare. Nulla, solo i fantasmi che non parlano più. A me il primo compito, il buonumore, la critica, il cassetto giusto.
Se non avete compreso, abbiate il gusto di abbracciare questo esercizio di ritorno.
| inviato da creep il 15/2/2011 alle 1:25 | |
5 gennaio 2011
Nota sulla fotografia.
Voglio ricordare le parole di un'amica, che una volta scrisse, come nei momenti in cui si indovina se stessi con chiarezza, che la fotografia era ed é la sua valvola di sfogo. Questa per me rimane la definizione migliore, il pensiero che va a rubare molti attimi prima e dopo uno scatto, la volontà di fermare il gioco dell'occhio con tutte le conseguenze che porterà con sé. Alla fotografia ci sono arrivato per caso e per volontà, una pozione di entrambi, e non posso non ringraziare le persone, sconosciute o meno, che attraverso immagini, gesti, consigli, hanno permesso un ritorno, più che una scoperta. Questo perché sono ancora fermamente convinto, alla maniera dei greci, che le virtù e le passioni affermano una residenza personale e che hanno bisogno di un maieuta, qualunque forma e respiro assuma, per venir fuori nel mondo. Scoprirle é la parte più difficile e coincide essenzialmente con l'innamorarsi di sé e di tutto continuamente. Scoprirle è il sapore provato all'ascolto della musica alla fine del viaggio.A un certo punto, ma ancora adesso, mi accorgo che anche la fotografia può essere una forma di racconto. Non che non si sapesse già, ma certe cose sono tue solo quando le vivi nel perimetro della tua pelle. Allora rimangono a spasso dentro di te con convinzione, abitano caverne remote e fiati intimi, si muovono nel sangue e nella danza dei fianchi. Ecco, il piacere e il dolore di portarsele nelle proprie tasche combacia con la convinzione di capirle. Non so con precisione cosa cerco in uno scatto. E' un po' come la scrittura, il disegno, l'arte, l'architettura, un'esibizione in strada, su un palco. E' una convinzione strettamente personale e può variare da un giorno all'altro. Può ritornare, imporsi, dimenticare gli scopi, plasmarsi in codici nuovi. Si sente l'odore di un universo che assomiglia molto a quello del vivere. Detto da un filosofo potrebbe costituire una rinuncia al domandarsi. Oggi mi viene da dire che il racconto, la storia che accompagna una mia fotografia, a sua volta un modo di raccontarsi, potrebbe essere lo specchio di un dono, una curiosità che vorrebbe crescere come generosa e comunicare quello che coglie. Il ricordo del mondo, la descrizione di un attimo, la scelta di un particolare in mezzo ai tanti, vuol dire anche saper scegliere se stessi nell'abbondanza che svaluta e che ci vorrebbe come semplici consumatori.Chiudo allora il cerchio con una frase illuminante di David Foster Wallace: "A chiunque è stato dato assai, assai sarà ridomandato." Se premere il pulsante per scattare una foto può essere un tentativo di depurare il marcio, spalancare una finestra contro l'aria viziata, un'invenzione continua a favore della bellezza, condividerlo è allora un esperimento per capire una parte di se stessi e pareggiare ciò che da qualche parte, nella vita, ci è stato dato. Le strade di Londra vissute in solitudine, con una macchina fotografica tra le mani, sono servite anche a questo.Ciò detto, per chi non lo sapesse ancora, ho aperto un nuovo account fotografico su Flickr. Lo trovate qui.off.
| inviato da creep il 5/1/2011 alle 15:11 | |
31 dicembre 2010
Ah, e il memorandum è solo mio.
Dovrò ricominciare a volermi bene sul serio. Gli ultimi sono stati giorni difficili, e rialzarsi, imparare tante nuove cose, impegnarsi, trovare un lavoro che mi piaccia e che porti soldi che mi permettano di cominciare a camminare da solo, tutto questo sarà complicato e arduo, ma mi auguro di far combaciare la volontà con il sapore di qualche possibile sorpresa. E' buffo notare come il culmine di questo ambaradan da emicrania sia arrivato proprio all'ultimo dell'anno. Mi guardo intorno, passo le mani tra biglietti e cartoline, penso che ho solo 24 anni, e che per una volta il prezzo di quest'età non mi deve pesare. Ho visto tanti posti, conosciuto persone, parlato con loro a tutte le ore, ho imparato tanto e non mi fermerò qui, mi sono speso fino all'ultimo per chi volevo bene, senza rimpianti. Poco importa la gradazione della risposta, non è nel mio stile metterla in preventivo. Io sono fottutamente in gamba, e datemi solo tempo, aspettate e vedrete. Sì, è questo che mi devo ricordare di non dimenticare mai.
"You're so fuckin special..." (Creep - Radiohead)
Buon anno, Loi.
| inviato da creep il 31/12/2010 alle 23:34 | |
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